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Femminicidio di Federica Torzullo – analisi psicologico-forense

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Il femminicidio di Federica Torzullo, avvenuto ad Anguillara Sabazia (RM), ha portato all’attenzione pubblica una vicenda di estrema gravità, segnata non solo dall’ennesima uccisione di una donna all’interno di una relazione affettiva, ma anche da una successiva tragedia familiare: il suicidio dei genitori dell’uomo accusato essere l’autore dell’omicidio.
Si tratta di un caso che, per la sua complessità, richiede una lettura attenta e rigorosa, capace di distinguere i fatti accertati dalle narrazioni mediatiche e di collocare le dichiarazioni disponibili all’interno di un quadro psicologico-forense coerente.

Il caso di Federica Torzullo, i fatti noti

Federica Torzullo è stata uccisa all’interno dell’abitazione familiare. Il marito, Claudio Agostino Carlomagno, è stato fermato dagli inquirenti e ha successivamente reso confessione ammettendo la propria responsabilità in relazione all’omicidio. Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni investigative e dai primi dati autoptici resi pubblici, la donna sarebbe stata colpita con numerose coltellate e, dopo il delitto, il corpo sarebbe stato occultato, elemento che assume particolare rilievo nella lettura criminologica e forense del caso.

La modalità dell’azione violenta, caratterizzata dalla reiterazione dei colpi, e il comportamento successivo al fatto rappresentano dati oggettivi che necessitano di una valutazione tecnica approfondita. In ambito psicologico-forense, tali elementi vengono analizzati non solo sul piano descrittivo, ma anche in relazione alla sequenza temporale degli eventi, allo stato emotivo dell’autore e alla capacità di pianificazione o di controllo dell’azione nelle diverse fasi del reato.

Anche in presenza di una confessione è fondamentale ricordare che il procedimento penale non si fonda mai su un singolo elemento isolato. La responsabilità viene accertata attraverso una ricostruzione complessiva che integra dati medico-legali, rilievi sulla scena del crimine, accertamenti temporali, analisi delle lesioni, valutazioni sulla condotta precedente e successiva al fatto, nonché la coerenza delle dichiarazioni rese dall’indagato nel tempo.

Dal punto di vista forense, la confessione costituisce un elemento rilevante ma non autosufficiente: essa deve essere riscontrata e contestualizzata all’interno dell’impianto probatorio complessivo. Solo attraverso questa lettura integrata è possibile evitare semplificazioni e garantire una comprensione accurata dei fatti, nel rispetto delle esigenze di giustizia e di rigore scientifico

La confessione e il valore delle dichiarazioni

Nel corso delle prime fasi giudiziarie, l’uomo avrebbe dichiarato di aver agito per il timore di perdere il figlio. Dal punto di vista psicologico-forense, questo tipo di affermazione non può essere assunta come spiegazione causale del comportamento.

La confessione rappresenta una narrazione soggettiva, spesso influenzata da:

  • meccanismi di razionalizzazione del gesto;
  • tentativi di attribuire un senso “comprensibile” a un atto estremo;
  • stati emotivi acuti, come paura, disperazione o perdita di controllo.

In ambito forense, le dichiarazioni non coincidono mai automaticamente con i fatti. Esse vanno lette come dati clinico-narrativi, utili a comprendere il vissuto dell’autore, ma insufficienti da sole a spiegare la genesi del femminicidio.

Femminicidio e dinamiche psicologiche di coppia

Il femminicidio non è un evento improvviso né un semplice “raptus”. La ricerca scientifica mostra come, nella maggior parte dei casi, esso rappresenti l’esito finale di dinamiche relazionali disfunzionali protratte nel tempo. Tra i fattori frequentemente riscontrabili vi sono:

  • vissuti di controllo e possesso nella relazione;
  • difficoltà a tollerare la separazione o l’autonomia dell’altro;
  • rigidità cognitiva e affettiva;
  • percezione della partner come estensione della propria identità.

In questa prospettiva, il timore di perdere un ruolo genitoriale o relazionale può diventare un elemento scatenante solo all’interno di un funzionamento psicologico già compromesso, NON la causa unica e sufficiente del gesto.

Il suicidio dei genitori dell’autore

A distanza di poco tempo dal femminicidio, dal ritrovamento del corpo e dall’accusa di omicidio a carico di Agostino Carlogmano, i genitori dell’uomo sono stati trovati senza vita all’interno della loro abitazione. Le prime ipotesi investigative parlano di suicidio, anche se gli accertamenti tecnico-scientifici restano fondamentali per chiarire ogni aspetto e ogni eventuale dubbio.

Dal punto di vista forense, è essenziale evitare collegamenti semplicistici. Il suicidio dei genitori non può essere interpretato come una conseguenza automatica del femminicidio, ma come un evento distinto, seppur inserito nello stesso contesto traumatico. Situazioni di questo tipo possono coinvolgere:

  • shock traumatico acuto;
  • senso di colpa e vergogna sociale;
  • crollo dell’identità genitoriale;
  • incapacità soggettiva di integrare l’accaduto nella propria storia di vita.

Solo una valutazione clinica diretta, che in questo caso non è possibile, o il ricorso all’autopsia psicologica potrebbe chiarire l’eventuale presenza di fattori psicopatologici preesistenti o di una crisi suicidaria strutturata.

Il rischio delle semplificazioni mediatiche

Nei casi di cronaca nera ad alta intensità emotiva, il rischio maggiore è la ricerca di spiegazioni rapide e rassicuranti. Attribuire il femminicidio a una singola motivazione o leggere il suicidio dei familiari come “reazione inevitabile” significa ridurre fenomeni complessi a narrazioni fuorvianti. La psicologia giuridica-forense e la criminologia ha il compito di:

  • distinguere tra fatti, ipotesi e interpretazioni;
  • evitare diagnosi postume;
  • mantenere uno sguardo metodologicamente fondato anche davanti a eventi emotivamente destabilizzanti.

Concludendo…

Il caso di Federica Torzullo mostra con chiarezza quanto il femminicidio sia un fenomeno che coinvolge più livelli:

  • individuale,
  • relazionale,
  • familiare
  • sociale.

Comprenderlo non significa giustificare, ma riconoscere i processi psicologici che possono condurre a esiti anche estremi, con l’obiettivo di migliorare la prevenzione e la tutela delle vittime. In ambito forense, la responsabilità principale resta quella di mantenere uno sguardo lucido e competente, capace di trasformare la cronaca in conoscenza, senza cedere alla semplificazione o alla spettacolarizzazione del dolore.

Per avvocati, professionisti o familiari coinvolti in procedimenti complessi legati alla violenza di genere, è possibile richiedere una consulenza psicologico-forense per un inquadramento tecnico e metodologicamente fondato del caso.

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