Il caso Impagnatiello: profilo psicologico, condanna e aggravanti nel femminicidio di Giulia Tramontano

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Il caso di Alessandro Impagnatiello ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana. Il femminicidio di Giulia Tramontano, la compagna incinta al settimo mese, ha riacceso l’attenzione su tematiche drammaticamente attuali: la violenza di genere, la manipolazione relazionale e il funzionamento mentale di chi uccide chi dice di amare.

Il profilo psicologico di Alessandro Impagnatiello

Costruire un profilo psicologico non equivale a una diagnosi clinica, specialmente se fatto senza poter svolgere colloqui clinici diretti, ma significa provare a comprendere il funzionamento mentale, relazionale e comportamentale di una persona sulla base dei dati noti.

Impagnatiello ha mostrato tratti di personalità narcisistici e manipolatori. Dalle ricostruzioni emerse:

  • conduceva una doppia vita tra due donne;
  • mentiva ripetutamente, anche su elementi fondamentali come la gravidanza della compagna;
  • ha cercato di intossicare lentamente Giulia con veleno per topi prima di ucciderla con 37 coltellate;
  • ha tentato di depistare le indagini e persino di occultare il cadavere.

Tutti elementi che evidenziano freddezza, pianificazione e mancanza di empatia, spesso presenti nei disturbi della personalità a cluster B (narcisistico, antisociale).

Non si è trattato di un raptus(che la cassazione e gli studi, hanno più volte specificato non esistere): l’omicidio è stato premeditato. La sua gestione della doppia vita mostra un profilo che vive l’altro come oggetto da manipolare per i propri scopi, incapace di accogliere i bisogni altrui e intollerante rispetto all’idea di perdere il controllo sulla propria immagine o sulla relazione.

Perché la condanna è stata all’ergastolo?

Il 25 giugno 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato la condanna all’ergastolo per Alessandro Impagnatiello, ma ha escluso l’aggravante della premeditazione. Una decisione che ha suscitato dibattito, ma che non ha modificato l’entità della pena, in quanto sono rimaste altre aggravanti decisive.

In particolare, i giudici hanno riconosciuto:

  • Crudeltà: l’omicidio è avvenuto con 37 coltellate, in più punti vitali, inflitte anche quando la vittima era ormai inerme. Le modalità sono state giudicate spietate e disumane.
  • Convivenza con la vittima: Impagnatiello e Giulia condividevano la stessa abitazione, un’aggravante prevista nei casi di violenza domestica.
  • Futili motivi: l’omicidio è stato commesso per evitare che la seconda compagna scoprisse la gravidanza, un movente considerato banale rispetto alla gravità del gesto.
  • Stato di gravidanza della vittima: Giulia era al settimo mese, un elemento che aumenta la gravità del reato secondo la normativa italiana.

La premeditazione, invece, è stata esclusa perché – secondo la Corte – non vi era prova certa di una decisione omicida fredda e maturata nel tempo. Pur esistendo elementi di preparazione (come l’acquisto del veleno o i tentativi di depistaggio), l’omicidio è stato ritenuto frutto di un’escalation drammatica avvenuta in un arco temporale ristretto, e non di un piano lucido e protratto.

Nonostante ciò, le aggravanti confermate sono state sufficienti per applicare la pena dell’ergastolo, senza concessione di attenuanti..

Femminicidio: un problema culturale, non solo individuale

Il femminicidio non è solo il gesto estremo di un singolo, ma è l’epilogo di dinamiche di controllo, possesso, svalutazione. In Italia, una donna viene uccisa ogni tre giorni da un partner o ex partner. Il caso Impagnatiello ci ricorda che il femminicidio non avviene nel vuoto, ma in una cultura che spesso minimizza la violenza psicologica e giustifica la gelosia come segno d’amore.

Cosa possiamo fare come professionisti e cittadini?

Come psicologo e criminologo, credo che occorra lavorare su più livelli:

  • Prevenzione primaria: educazione emotiva e affettiva sin da piccoli.
  • Prevenzione secondaria: riconoscimento precoce di segnali di manipolazione, controllo, violenza psicologica.
  • Intervento clinico e forense: accompagnare le vittime, valutare il rischio, formare le figure legali e sanitarie.

Il caso Impagnatiello non è solo cronaca nera: è lo specchio di un problema sociale profondo. Come professionisti della salute mentale, della giustizia e dell’informazione, abbiamo il dovere di non abbassare la voce.

La violenza va riconosciuta, nominata, contrastata. Prima che sia troppo tardi.


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